Passeggiare fra profumi e colori: il ginepro.

Si puo’ camminare per vari motivi, per arrivare al lavoro, per incontrarsi con la persona amata, per raggiungere un appuntamento importante, per divertimento, per scoprire luoghi sconosciuti. Qui si cammina riaddestrando i nostri sensi sopiti, a passo con il tempo percorrendo sentieri antichi e quando siamo stanchi ci sediamo, chiudiamo gli occhi e continuiamo il viaggio: allora possiamo ascoltare il fruscio del vento sulle foglie di sorbo, possiamo accarezzare l’acqua gelida della sorgente , possiamo annusare l’odore della menta selvatica e racchiudere tutto nello scrigno della memoria.

Con questo post inauguriamo un nuovo modo di passeggiare nelle terre di Castel Trosino. Un viaggio, come antiche Sibille, attraverso i profumi delle piante aromatiche ed i colori dei fiori selvatici presenti nel territorio della Valle del Castellano.

Il ginepro

Juniperus communis L. noto come Ginepro comune è un arbusto ramoso o alberetto sempreverde, alto da 1 a 10 m, con foglie lineari-aghiformi, pungenti. La pianta è dioica con fiori piccoli, quelli maschili riuniti in minuscoli amenti ovoidali di colore giallastro, quelli femminili generalmente isolati o riuniti in piccoli gruppi. Il frutto è una bacca di colore brunastro chiamata galbulo aromatico. È un arbusto comune in luoghi aridi, incolti o boschivi fino ad altezze di 2.500 m s.l.m., dalle caratteristiche bacche aromatiche di colore blu; squamosa e pruinosa, è composta da 4 squame carnose saldate tra loro contenenti da 1 a 3 semi ricchi di un olio essenziale. Le sue bacche sono note sin dai tempi biblici, hanno un gusto dolce e aromatico. La leggenda dice che il ginepro punse la Madonna con i suoi rami mentre cercava riparo ed ella lo maledì motivo per cui fruttifica ogni tre anni. Ha proprietà antisettiche, balsamiche, espettoranti e stimolanti, diuretiche. Gli antichi ritenevano che le bacche di ginepro fossero utili contro il morso dei serpenti e quale antipeste. Con i frutti si aromatizzano selvaggina e carni, le bacche contuse ed unite all’impasto del pane creano un pane speciale da gustare con burro e speck inoltre le bacche contuse e qualche rametto posto in un sacchetto di garza nell’acqua del bagno tonificano, le bacche gettate sui carboni ardenti servono per fumigazioni per le vie aeree.

Le informazioni e l’immagine di questo post sono state reperite nei seguenti siti:

http://www.biodiversita.info/

http://it.wikipedia.org/wiki/Ginepro

http://www.biolib.de/

Il Crivelli di Castel Trosino

 

Nel 1487 il Preposto della chiesa di San Lorenzo di Castel Trosino stipula un contratto con il pittore Carlo Crivelli per una pala d’altare. Sul contratto non è menzionato il soggetto che il maestro dovrà dipingere. Per avere una descrizione del dipinto dobbiamo consultare alcuni atti compilati durante la visita di Mons. Gambi nel 1719 il quale ci descrive che “nell’altare maggiore” era collocato “un quadro in legno con la Madonna, San Lorenzo, il Crocifisso, San Giovanni Battista, Sant’Agostino e San Benedetto”. La pala crivellesca fu venduta nel 1858 dal “lungimirante” parroco pro tempore per la somma di L. 2.000. Il prezioso dipinto è stato sicuramente smembrato ed alcuni studiosi stanno cercando di ricomporlo andando a spulciare nei musei di tutto il mondo.

San Giovanni Battista (frammento), 73×35 cm, Oxford, Ashmolean Museum
San Lorenzo (frammento), 58×38 cm, collezione privata
Santo vescovo (frammento), 57×38 cm, Utrecht, Museo arcivescovile
Sant’Agostino, 132×35 cm, Tokyo, Museo nazionale d’arte occidentale

 

La poesia d’amore nel canto popolare

Castel Trosino, foto d’epoca.

Quando nascesti tu gentil signora
addre bellezze ‘l munne ‘n se aspettava
nasciste a lu spuntare dell’aurora
lu sol ch’avie da sci se vreugnava
la luna stette ferma piu’ de ‘n’ora
e de lu cammena ne dubetava
lu cardelli me la porto’ la nova
tu nasciste per me stelluccia cara.

Quando nascesti tu gentile signora
il mondo non si aspettava nessun altra bellezza
il sole non e’ sorto per la vergogna
la luna si e’ fermata per piu’ di un ora
poi ha ripreso a stento a percorrere la sua orbita,
un cardellino mi porto’ la lieta notizia,
tu sei nata per farmi felice o stella del cielo.

La fonte dell’acqua preziosa

Marco Cannella

Le sorgenti dell’acqua salmacina sono delle acque solfuree che scaturiscono dalla base della rupe sulla quale sorge Castel Trosino. Il nome probabilmente deriva dalla ninfa Salmaci, dea pagana sotto forma di giovane fanciulla messa a protezione delle sacre sorgenti. Nell’antichità sulle rive del Castellano sorgeva sicuramente un centro termale con piscine e fontane zampillanti per lo sfruttamento delle proprietà terapeutiche delle acque termali. Ce lo ricorda Plinio il Vecchio nelle sue Historie dove scrive delle “salmacidarum acquae…Castrum Tesuinum balneum cernitur aqua salmaria” e il medico bizantino Oribazio ci racconta che il console Placo vi recupero’ la salute. Oggi grazie al progetto di riqualificazione del parco del Castellano possiamo immergerci in queste preziose acque.

Il quadro è dell’artista Marco Cannella

L’oro dei Longobardi

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Reperti custoditi presso il British Museum di Londra

Nel 1893 venne scoperta casualmente a Castel Trosino una delle più importanti necropoli altomedievali d’Italia. Furono scavate 239 tombe, alcune delle quali restituirono corredi funerari ricchissimi. La maggior parte dei reperti, attualmente, si trova a Roma nel Museo dell’Altomedioevo all’EUR e presto (speriamo) verrano restituiti ad Ascoli per essere collocati, insieme ad altri provenienti dal Museo Archeologico locale, presso il Museo Altomedievale al Forte Malatesta. Alcuni oggetti fanno bella mostra presso il Metropolitan Museum of Art di New York , presso il Musée d’Archéologie nationale di Saint-Germain-en-Laye in Francia. e presso il British Museum di Londra.

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Il nome del borgo

Castel Trosino

Nel corso dei secoli Castel Trosino ha più volte cambiato nome:

…in territorio Tronitensi Cronico Farfensis Archivio Storico Comunale di Ascoli Piceno (940)

…cum Castello Trosei Bolla di Papa Onorio III (24.06.1221)

…Castri Trosei Breve di Papa Alessandro IV (30.01.1258)

Castrum Trosei Bolla di Papa Urbano IV (23.02.1261)

Castro Trosino Lettera di Papa Callisto III (1457)

Il toponimo attuale deriva per quanto riguarda la prima parte dal latino castellum per indicare un accampamento fortificato mentre la seconda parte, molto probabilmente, da Tres sinus (tre strapiombi) in riferimento alla conformazione del masso su cui sorge il borgo.

Il mistero del Verde

fiume Castellano

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,

dov’ e’ le trasmutò a lume spento.

(Dante Alighieri, “La Divina Commedia”, Purgatorio, Canto III, 124-132)

ed ancora Dante continua

da ove Tronto e Verde in mare sgorga. (Dante Alighieri, “La Divina Commedia”, Paradiso, Canto VIII, 64)

Nei versi del Purgatorio Dante parla con il Re Manfredi, il quale racconta che dopo morto il suo corpo è stato rimosso dalla tomba e riseppellito fuori dal regno di Napoli lungo il fiume Verde.

Nei versi del Paradiso invece Dante immagine l’incontro con Carlo Martello e delinea i confini del regno dove il fiume Tronto e il fiume Verde si buttano nel mare Adriatico.

Dunque il Verde di cui parla Dante è il fiume Castellano?

Purtroppo no, solo una legenda tramandata negli anni senza nessun supporto storico.

Nascendo alle pendici della Cima Lepri (2445 metri), nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il torrente Castellano segna a lungo il confine tra le regioni delle Marche (a nord) e dell’Abruzzo (a Sud). Dopo aver lambito il roccione dove è arroccato Castel Trosino termina la sua corsa ad Ascoli Piceno, dove confluisce nel fiume Tronto. Al Castellano, d’altra parte, spetta da molti secoli il ruolo di linea di confine: fino al 1840, infatti, tracciò la frontiera che separava il Regno di Napoli dallo Stato della Chiesa. Per questo molti hanno affermato che vi si dovesse riconoscere il “fiume verde” lungo il quale, secondo Dante, ricevette sepoltura lo sfortunato re Manfredi, sconfitto a Benevento dai guelfi nel 1266.

Foto http://lnx.canonclubitalia.com/displayimage.php?pos=-540

Monastero di San Giorgio

4_san-giorgio-1024x683Si tratta del convento e della chiesa che sorgono abbarbicati alla roccia sotto il monte e la rupe di Rosara. Dal suo antico loggiato si gode di un panorama mozzafiato. Il luogo ha qualcosa di magico anche ora che sta crollando. La storia di questo luogo si perde nella notte dei tempi quando civiltà piceno-romane vi si recavano per adorare la dea natura in seguito alle dominazioni barbariche i riti pagani vennero sostituiti dal culto della guerra e del guerriero. In seguito ci fu il periodo cristiano che cerco’ di indirizzare i culti pagani verso il corretto culto cristiano, cosi’ il guerriero lasciò il posto al santo guerriero, San Giorgio appunto. Questo monumento ha resisitio per secoli assolvendo funzioni diverse, da eremo a convento fino a lebbrosario dove con la vicina fonte di acqua “salamacina” venivano curati i malati. Nel 2004 ho scattato alcune foto che testimoniano in che stato versa questo prezioso monumento. Presso la chiesa di Rosara ad Ascoli Piceno si puo’ ammirare una statua lignea di San Giorgio e il drago che alcuni scout hanno salvato dal furto e dal degrado.

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