Neve e cenere.

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Il tempo che scorre, il tempo atmosferico, il tempo che rallenta come fiocchi di neve che scendono lenti, il tempo per le cose vere, il tempo dei passi sulla neve. Il ritmo che rallenta davanti al camino pieno di cenere che come sabbia in una clessidra indica il tempo del fuoco che arde, fatto di racconti, di fiabe piene di freddo, di nonne, di uccelli infreddoliti, di bimbi, di facce stupite, tristi e impaurite, di sguardi al di la del vetro dove la principessa dell’inverno con un manto da sposa sta coprendo il paese di bianco per renderlo incantato. È un bel tempo, un tempo antico, un tempo fatto di cenere e neve.

Il fiume Castellano racconta di G. Vallesi

Fiume CastellanoIl Castellano racconta fin dall’età del bronzo la storia millenaria delle comunità insediate nella sua Valle: storie di stenti e di fatiche, storie di confine di Stati; Il Verde (Castellano) di Dante Alighieri, storie di Goti, di Longobardi, di Farfensi, di Guelfi e Ghibellini, il leggendiario Manfredi, figlio e successore di Federico II° , che dal suo castello nel vicino Abruzzo raggiungeva la sua amata a Castel trosino; storie del cadente eremo di San Giorgio ad Granitum vittima dell’incuria e dell’abbandono dell’uomo. Storie di massari e popolani, di eroi e di briganti; storie di acque curative e produttive; dalle terme e ville di Ascoli in età romana, alle macine, alle officine per la produzione della carta; storie di archeologia industriale, storie di trasporto di legname, di cavatori di travertino e di lavandaie, storie dei giorni nostri per continuare a raccontare nel tempo.

Castel Trosino al Metropolitan Museum of Art di New York.

Pugnale decorato in oro

Ancora splendidi manufatti in oro esposti al Metropolitan Museum of Art di New York. Il reperto probabilmente si riferisce alla tomba del primo capo longobardo rinvenuta in contrada Pedata e i corredi dispersi tra il Metropolitan Museum of New York e il Museo d’Archéologie nationale di Saint-Germain-en-Laye  in Francia.

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I riti e i canti: la Pasquella

3107082888_e1d4794447La notte tra il 5 e il 6 di gennaio in ogni casa di Castel Trosino, gruppi di giovani portano “la Pasquella”.

La Pasquella è un  canto di questua e affonda le radici nei riti arcaici dell’ospitalità, in un tempo dove la vita era regolata dagli dei. E così la divinità o l’antenato poteva celarsi sotto le spoglie di un questuante e l’ospitalità del forestiero diventava sacra.

Con l’Epifania si chiudeva il ciclo magico delle dodici notti, periodo necessario per riunire il calendario lunare con quello solare.  In questo tempo senza tempo, in questo tempo di passaggio dal vecchio al nuovo, dalla morte alla vita, il canto della Pasquella festeggiava il tempo nuovo, la prima Pasqua dell’anno.

Il canto inizia con una strofa di “entrata”, la richiesta di aprire la porta per poter portare la Pasquella;

Fate presto padrona di casa
che dal cielo cala la brina
ci fa venire la tremarella
l’anne nuove e la Pasquella

una volta che la famiglia si mostrava disponibile ad accogliere i questuanti,  il canto proseguiva con “l’annuncio” della nascita del Salvatore:

Ecco Pasqua che già è venuta
il Signore ce l’ha mandata
ce l’ha mandata con tanta allegria
Buona Pasqua Epifania.

Là le rive del fiume Giordano
dove l’acqua diventa vino
per lavare Gesu’ Bambino
e per lavare la faccia bella
l’anne nuove e la Pasquella

“l’augurio” di prosperità per la famiglia e la “richiesta” di doni:

Portiamo un uomo
spalluto e robusto
prendetevi il gusto
di farlo crepar

Portiamo una cesta
che è come una barca
e l’Umbria e le Marche
la dentro ci và

Portiamo un fiasco
che è come una botte
e prima di notte
dobbiamo riempir

Se ci date na forma de cace
ci faremo li maccheroni
che lu sughe e la cannella
l’anne nuove e la Pasquella

Se ce dete nu piatte de mele
tunne tunne tutte pere
e la lu miezze na pellastrella
l’anne nuove e la Pasquella

Se ce dete nu presciutte
lu fi’tteme tutte tutte
ce lu magneme in compagnia
Bona Pasqua Epifania.

Se ce dete nu allenacce
lu ttaccheme che lu lacce
e che lu suche de la padella
l’anne nuove e la Pasquella.

Dopo il brindisi i cantori uscivano e si concludeva la Pasquella con una strofa di “ringraziamento” o raramente di “imprecazione” a seconda della generosità della casa:

Dacce quaccosa padrona mié
ca sennò ce jeme vié;
ce ne jeme c’nandra casa
dove ce dà lu pa’ e lu cace;
e lu cace ce lu magneme
e lu pa’ ghie lu redeme.

Tante ceppe che na fascina
tante diavele te se trascina
Tante chiuove lla ssu mure
tante ciecure lla lu cule
Tante chiuove ‘nchessa porta
tante diavele che te se porta

Falo’ e luna.

fuoco

Il fuoco, elemento purificatore, accende le buie e fredde notti di Castel Trosino, il fuoco simbolo della luce che scaccia le tenebre, simbolo del giorno che riprende il sopravvento sulle notti tetre dell’inverno. Le viti tagliate, i rami divelti dalla neve, i rovi infestanti diventano fuoco per scacciare le streghe del freddo e della carestia. La legna raccolta diventa falò, nella notte della festa, per illuminare il cammino degli Angeli che portano in volo la casa della Vergine; e la cenere benedetta, dispersa nei campi e nelle vigne, diventa auspicio per un buon raccolto. La comunità intorno al falò (lu faore) intona canti e balli della tradizione e i più vecchi iniziano racconti di fantasmi e di tesori favolosi, tenendo i più piccoli con il fiato sospeso, così di generazione in generazione si tramandano riti secolari e saperi contadini. Alla fine dei falò rimane solo la luna a spargere le sue lacrime di rugiada sui carboni ardenti, per spegnere l’incanto di una notte che non c’è più.