I riti e i canti: la Pasquella

3107082888_e1d4794447La notte tra il 5 e il 6 di gennaio in ogni casa di Castel Trosino, gruppi di giovani portano “la Pasquella”.

La Pasquella è un  canto di questua e affonda le radici nei riti arcaici dell’ospitalità, in un tempo dove la vita era regolata dagli dei. E così la divinità o l’antenato poteva celarsi sotto le spoglie di un questuante e l’ospitalità del forestiero diventava sacra.

Con l’Epifania si chiudeva il ciclo magico delle dodici notti, periodo necessario per riunire il calendario lunare con quello solare.  In questo tempo senza tempo, in questo tempo di passaggio dal vecchio al nuovo, dalla morte alla vita, il canto della Pasquella festeggiava il tempo nuovo, la prima Pasqua dell’anno.

Il canto inizia con una strofa di “entrata”, la richiesta di aprire la porta per poter portare la Pasquella;

Fate presto padrona di casa
che dal cielo cala la brina
ci fa venire la tremarella
l’anne nuove e la Pasquella

una volta che la famiglia si mostrava disponibile ad accogliere i questuanti,  il canto proseguiva con “l’annuncio” della nascita del Salvatore:

Ecco Pasqua che già è venuta
il Signore ce l’ha mandata
ce l’ha mandata con tanta allegria
Buona Pasqua Epifania.

Là le rive del fiume Giordano
dove l’acqua diventa vino
per lavare Gesu’ Bambino
e per lavare la faccia bella
l’anne nuove e la Pasquella

“l’augurio” di prosperità per la famiglia e la “richiesta” di doni:

Portiamo un uomo
spalluto e robusto
prendetevi il gusto
di farlo crepar

Portiamo una cesta
che è come una barca
e l’Umbria e le Marche
la dentro ci và

Portiamo un fiasco
che è come una botte
e prima di notte
dobbiamo riempir

Se ci date na forma de cace
ci faremo li maccheroni
che lu sughe e la cannella
l’anne nuove e la Pasquella

Se ce dete nu piatte de mele
tunne tunne tutte pere
e la lu miezze na pellastrella
l’anne nuove e la Pasquella

Se ce dete nu presciutte
lu fi’tteme tutte tutte
ce lu magneme in compagnia
Bona Pasqua Epifania.

Se ce dete nu allenacce
lu ttaccheme che lu lacce
e che lu suche de la padella
l’anne nuove e la Pasquella.

Dopo il brindisi i cantori uscivano e si concludeva la Pasquella con una strofa di “ringraziamento” o raramente di “imprecazione” a seconda della generosità della casa:

Dacce quaccosa padrona mié
ca sennò ce jeme vié;
ce ne jeme c’nandra casa
dove ce dà lu pa’ e lu cace;
e lu cace ce lu magneme
e lu pa’ ghie lu redeme.

Tante ceppe che na fascina
tante diavele te se trascina
Tante chiuove lla ssu mure
tante ciecure lla lu cule
Tante chiuove ‘nchessa porta
tante diavele che te se porta

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