Castel Trosino, i sentieri riscoperti.
Pubblicato 15/settembre/2009 Castel Trosino Lascia un commentoTags: belvedere, Castel Trosino, castellano, compagnia dei folli, parco fluviale
Il 13 settembre scorso a Castel Trosino si sono inaugurati altri percorsi naturalistici ed un belvedere con un panorama mozzafiato. Nel link qui sotto alcuni scatti del belvedere e la conclusione della giornata di festa con lo spettacolo della Compagnia dei Folli.
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| Castel Trosino, sentieri riscoperti. |
A spasso per Castel Trosino.
Pubblicato 21/luglio/2009 Castel Trosino Lascia un commentoTags: Castel Trosino, incanto, paesaggio, panorama, passeggiare, video
La notte tra il 5 e il 6 di gennaio in ogni casa di Castel Trosino, gruppi di giovani portano “la Pasquella”.
La Pasquella è un canto di questua e affonda le radici nei riti arcaici dell’ospitalità, in un tempo dove la vita era regolata dagli dei. E così la divinità o l’antenato poteva celarsi sotto le spoglie di un questuante e l’ospitalità del forestiero diventava sacra.
Con l’Epifania si chiudeva il ciclo magico delle dodici notti, periodo necessario per riunire il calendario lunare con quello solare. In questo tempo senza tempo, in questo tempo di passaggio dal vecchio al nuovo, dalla morte alla vita, il canto della Pasquella festeggiava il tempo nuovo, la prima Pasqua dell’anno.
Il canto inizia con una strofa di “entrata”, la richiesta di aprire la porta per poter portare la Pasquella;
Fate presto padrona di casa
che dal cielo cala la brina
ci fa venire la tremarella
l’anne nuove e la Pasquella
una volta che la famiglia si mostrava disponibile ad accogliere i questuanti, il canto proseguiva con “l’annuncio” della nascita del Salvatore:
Ecco Pasqua che già è venuta
il Signore ce l’ha mandata
ce l’ha mandata con tanta allegria
Buona Pasqua Epifania.
Là le rive del fiume Giordano
dove l’acqua diventa vino
per lavare Gesu’ Bambino
e per lavare la faccia bella
l’anne nuove e la Pasquella
“l’augurio” di prosperità per la famiglia e la “richiesta” di doni:
Portiamo un uomo
spalluto e robusto
prendetevi il gusto
di farlo crepar
Portiamo una cesta
che è come una barca
e l’Umbria e le Marche
la dentro ci và
Portiamo un fiasco
che è come una botte
e prima di notte
dobbiamo riempir
Se ci date na forma de cace
ci faremo li maccheroni
che lu sughe e la cannella
l’anne nuove e la Pasquella
Se ce dete nu piatte de mele
tunne tunne tutte pere
e la lu miezze na pellastrella
l’anne nuove e la Pasquella
Se ce dete nu presciutte
lu fi’tteme tutte tutte
ce lu magneme in compagnia
Bona Pasqua Epifania.
Se ce dete nu allenacce
lu ttaccheme che lu lacce
e che lu suche de la padella
l’anne nuove e la Pasquella.
Dopo il brindisi i cantori uscivano e si concludeva la Pasquella con una strofa di “ringraziamento” o raramente di “imprecazione” a seconda della generosità della casa:
Dacce quaccosa padrona mié
ca sennò ce jeme vié;
ce ne jeme c’nandra casa
dove ce dà lu pa’ e lu cace;
e lu cace ce lu magneme
e lu pa’ ghie lu redeme.
Tante ceppe che na fascina
tante diavele te se trascina
Tante chiuove lla ssu mure
tante ciecure lla lu cule
Tante chiuove ‘nchessa porta
tante diavele che te se porta
Falo’ e luna.
Pubblicato 10/gennaio/2009 Castel Trosino , Tradizioni 7 CommentiTags: Castel Trosino, falò, fuoco, riti pagani
Il fuoco, elemento purificatore, accende le buie e fredde notti di Castel Trosino, il fuoco simbolo della luce che scaccia le tenebre, simbolo del giorno che riprende il sopravvento sulle notti tetre dell’inverno. Le viti tagliate, i rami divelti dalla neve, i rovi infestanti diventano fuoco per scacciare le streghe del freddo e della carestia. La legna raccolta diventa falò, nella notte della festa, per illuminare il cammino degli Angeli che portano in volo la casa della Vergine; e la cenere benedetta, dispersa nei campi e nelle vigne, diventa auspicio per un buon raccolto. La comunità intorno al falò (lu faore) intona canti e balli della tradizione e i più vecchi iniziano racconti di fantasmi e di tesori favolosi, tenendo i più piccoli con il fiato sospeso, così di generazione in generazione si tramandano riti secolari e saperi contadini. Alla fine dei falò rimane solo la luna a spargere le sue lacrime di rugiada sui carboni ardenti, per spegnere l’incanto di una notte che non c’è più.

L’immagine si riferisce alla statua lignea dipinta (XIX secolo) ritrovata all’interno del convento di San Giorgio ai Graniti e conservata nella chiesa di Rosara (AP).
Le caciare a tholos
Pubblicato 29/aprile/2008 Tradizioni Lascia un commentoTags: caciara, Castel Trosino, pastori, pastorizia, pecore, tholos
La transumanza ha rappresentato per secoli una caratteristica dell’Italia appenninica. Greggi di pecore attraversando i territori di Marche, Abruzzo, Molise arrivavano fino al tavoliere della Puglia. Le greggi, attraverso i “tratturi” venivano condotte, nelle zone fresche della Montagna dei Fiori sopra Castel Trosino per poi essere nuovamente spostate agli inizi dell’autunno. Unica testimonianza di quell’epoca sono le “caciare” o capanne a tholos. Le caciare sono costruzioni in pietra a base sferica dove i pastori lavoravano, conservavano i formaggi e si riparavano per dormire. Sopra a Castel Trosino nelle vicinanze della strada frangifuoco si trova la caciara della foto qui sopra.
Foto Carlo Lanciotti
L’acquedotto romano di Castel Trosino
Pubblicato 25/aprile/2008 Archeologia , Castel Trosino Lascia un commentoTags: acquedotto romano, Castel Trosino, resti archelogici
Un acquedotto romano lungo 2500 mt. con una pendenza dell’1% convogliava l’acqua salmacina in Ascoli Piceno. Il condotto segue la sponda sinistra del fiume Castellano ed è scavato in parte nella roccia e in parte nel terreno. Il cunicolo si snoda in direzione nord-sud, con la base di 70 cm e l’altezza massima di 145 cm con soffitto a botte, le pareti sono realizzate in opus incertum , le murature sono legate da malta di calce e sabbia. Lungo le pareti sono presenti incrostazioni di calcare dovuto al deposito delle acque fino ad una altezza di 60 cm. I resti dell’acquedotto sono visibili vicino alla diga della centrale ENEL.
Passeggiare fra profumi e colori: il finocchio selvatico.
Pubblicato 12/aprile/2008 Castel Trosino , Flora Lascia un commentoTags: Castel Trosino, erbe aromatiche, finocchio selvatico
Finocchio: dal latino fenuculu(m) o feniculu(m), diminutivo di fenum “fieno”, ad indicare una pianta dalle foglie sottili, come il fieno. È una pianta erbacea biennale o perenne, rustica, vigorosa, amante delle esposizioni soleggiate, che può svilupparsi anche fino a quasi due metri di altezza, con foglie suddivise in sottili filamenti, di un bel verde-azzurro, che le conferiscono un aspetto leggero ed aggraziato. Nella nostra zona è famoso per aromatizzare la salamoia delle olive ascolane. Gli osti di una volta facevano assaggiare il vino offrendo ai clienti biscotti con il finocchio, il cui aroma migliora il sapore del vino e ne copre i difetti: da ciò è derivato il significato, ancora attuale, del termine “infinocchiare”.
Il finocchio è stato considerato in passato quale simbolo di forza (veniva consumato dai gladiatori col quale anche si cingevano la testa).
Probabilmente perché con le sue foglie si adornavano il capo gli adepti del Dio frigio dell’estasi, della salute e del vino, Sabazios, dedito a culti licenziosi che incoraggiavano l’omosessualità, il suo nome viene usato per indicare la persona omosessuale.







